Caso Quarto: il trappolone dell’ex consigliere PD con l’ex M5S

Il M5S ci è cascato con tutte le scarpe nel trappolone fatto a Quarto, dove le indagini stanno chiarendo molti punti oscuri in questi giorni. Una cosa era però chiarissima, ma il M5S non se ne è accorto in tempo: era un trappolone del PD.

Come si può affermare una cosa simile? Semplice, con le carte non solo dell’indagine ma anche quelle precedenti. Ad esempio pensiamo a quando tutto è iniziato, ovvero con l’invio del plico anonimo sul presunto abuso edilizio della Capuozzo a tutti i consiglieri e alle testate giornalistiche.

Lo spiega molto bene Franco Bechis nella sua IMBECCATA odierna dal titolo “Quante Bufale Su Quarto. Alimentate Dal Pd. E I 5 Stelle Ci Sono Cascati”. Scrive Bechis

“Un consigliere di Quarto, l’avvocato Luigi Rossi che un tempo faceva il legale del Comune incaricato proprio dal Pd, e alle ultime elezioni nel ballottaggio aveva appoggiato il M5s, prese l’incartamento e fece denuncia in procura a fine ottobre. Il caso venne subito cavalcato dal Pd (che oggi non se lo ricorda), e l’Unità gridò allo scandalo.”

Ho ritrovato, nella mia memoria, un articolo de La Stampa che parlava delle elezioni a Quarto (non si erano ancora tenute nemmeno le elezioni del primo turno). Si parlava del fatto che quasi tutte le liste fossero state cassate dal consiglio di Stato a causa dell’irregolarità della raccolta firme per la presentazione delle liste e poi si scriveva

Ma la potatura operata dal consiglio di Stato, l’endorsement implicito del Pd e i piani di rinascita storico-culturale potrebbero non bastare al M5S. Molti in città scommettono che, seppure la candidata Cinquestelle dovesse farcela, la sua giunta potrebbe durare appena un giorno. Le forze politiche rimaste fuori si starebbero attrezzando per votare lei ma non i suoi consiglieri, impedendole di ottenere la maggioranza.”

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Non è ancora quello il punto più interessante. Questo viene fuori solo quando i giornali iniziano a pubblicare le prime intercettazioni, successive al primo turno, nelle quali si legge Giacomo Cesarano, figlio di Alfonso Cesarano, quasi esultare con tale Biagio G. per il successo di De Robbio:

“Ha chiamato Mario Ferro e me l’ha detto… (De Robbio, ndr) ha preso 927 voti… ci siamo messi con chi vince capito, quella è stata la cosa importante… votiamo a questo, a quello, ma per fare cosa dopo? Per prenderlo nel culo? … Mario Ferro non sta con quelli di Cinque Stelle… Mario Ferro stava con il Pd però… questo De Robbio noi abbiamo fatto l’accordo con lui è capito… Ci siamo seduti al tavolo, papà (Alfonso Cesarano), Mario Ferro, De Robbio si sono seduti hanno parlato hanno chiacchierato, hanno concordato diciamo delle cose loro, hanno parlato di tutte le cose e noi gli abbiamo detto che gli avremmo dato una mano… Hai capito?”

Dai documenti dell’inchiesta del pm Woodcock, quindi, l’ex consigliere del Partito Democratico Mario Ferro emerge come l’uomo chiave del ricatto a Rosa Capuozzo e dell’accordo tra De Robbio e i presunti malavitosi.

Secondo gli investigatori Alfonso Cesarano aveva rivolto inizialmente la sua attenzione sul candidato del Pd Mario Ferro, lista che però era stata esclusa. Il figlio di Cesarano al telefono afferma

“Noi ormai… ormai è rotto il giocattolo noi dovevamo… dovevamo votare a Mario no…noi dovevamo fare tutta una cosa con Mario, dovevamo fare tutta una politica su Mario”. 

Mario Ferro dice al telefono a De Robbio, in dialetto napoletano: “Ragazzo quando io ti chiamo tu mi devi rispondere altrimenti io me ne vado da Gabriele (ndr: Il candidato della lista civica di centro-destra)”  

Nelle intercettazioni continuano poi le discussioni tra De Robbio e Ferro (e Cesarano) perchè il sindaco Capuozzo non ha soddisfatto nessuna delle richieste avanzate da De Robbio, nè sullo stadio, nè sulle cariche da ricoprire.

Insomma, il deus ex machina qui sembrerebbe essere chi nel comune ci ha passato più tempo di un ragazzo che lavorava alla capitaneria di porto e poco sapeva sul come gestire le faccende amministrative.

 

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