Due chiacchiere su Bitcoin e blockchain, con Francesco Vatalaro

Se fossi salito sul treno Bitcoin un paio d’anni fa, oggi avrei sufficiente capitale da garantirmi di fare una delle cose che più mi piacciono: Viaggiare, per incontrare persone interessanti e vedere luoghi mozzafiato. Purtroppo c’è questo enorme “se”, che non è cosa da poco, e prescinde tutto il resto. La resa però non è contemplata, e dunque se i luoghi mozzafiato sono rimandati a somministrazione a piccole dosi, è comunque possibile chiacchierare con persone interessanti via internet. Una di queste ho auspicato fosse Francesco Vatalaro, professore all’università di Tor Vergata in Roma, membro dello Strategic Committee della IEEE Communications Society e presidente della Sezione Italiana della IEEE (profilo completo @ Uniroma). Il mio desiderio è nato sopratutto da questo pezzo (riferito in domanda 1), pubblicato nel suo blog sul Fatto Quotidiano, sulla scia delle polemiche nate dalla proposta di legge a firma Boccadutri in materia di e-payments e Bitcoin. La gentilezza di una persona così impegnata è stata disarmante, Vatalaro ha risposto in pochi giorni, ed in modo certosino, alla larga rosa di domande che gli avevo posto. Ecco cosa ne è scaturito.

Il suo articolo su Bitcoin, monito per i legislatori che si affrettano a regolamentarne l’uso, è stato apprezzato da diversi promotori delle monete matematiche in Italia. Crede che la blockchain possa diventare strumento di uso comune, ad esempio per soppiantare alcune procedure burocratiche (ad es. gli ‘smart contracts’)?

Le discussioni in corso sulla natura monetaria del Bitcoin tendono ad offuscare, specialmente in Italia, gli aspetti più importanti di questa nuova tecnologia che potrebbero essere destinati a produrre – in un futuro neppure tanto lontano – significativi cambiamenti nei nostri modelli di vita, nelle catene del valore a cui siamo abituati, nell’organizzazione del lavoro e, specialmente, nel modo di impostare e condurre intere professioni. Per fare qualche esempio, penso ai notai, ai commercialisti, agli agenti immobiliari e agli stessi intermediari finanziari. La blockchain, infatti, prevede la possibilità di inserire messaggi aggiuntivi in un campo apposito e questa funzionalità, quando verrà applicata, consentirà una notevole flessibilità ed estensioni d’uso del sistema Bitcoin (o di suoi derivati).handshake_(2)

Tutte le volte che si afferma una tecnologia dirompente, quale potenzialmente è oggi il Bitcoin e a suo tempo lo fu la stessa Internet, chi non è preparato a riconfigurare in fretta il proprio business, rischia l’emarginazione o, persino, l’espulsione dal mondo del lavoro a vantaggio di nuove figure economico-sociali più rapide nell’adattarsi al cambiamento. Il Bitcoin, per sua natura, opera una fortissima disintermediazione (come già fu per Internet – si pensi al settore delle agenzie di viaggio – ma in prospettiva molto di più) e, dunque, le professioni più sensibili a questo fenomeno dovrebbero studiare per tempo le contromisure più adatte per non farsi scalzare, ma anzi per potenziare e valorizzare il proprio ruolo. Come sempre accade, chi prima comprende e si adatta ai nuovi meccanismi, può trarne vantaggi anche assai rilevanti nel business.

Il suo riferimento alla sburocratizzazione è, in effetti, un potenziale enorme beneficio per il cittadino. Gli “smart contracts” e le “smart properties” sono due opportunità che, quando attuate su larga scala, potranno consentire “transazioni generalizzate” (cioè non soltanto monetarie) rapide e su scala mondiale. Se la nostra pubblica amministrazione resterà indietro, insistendo con le procedure farraginose e spesso inutili a cui ci ha purtroppo abituato – con enorme dispendio di carta e di tempo – anche da questo punto di vista condannerà il Paese alla progressiva marginalizzazione nello scenario mondiale.

Ritiene legittimo, per un commerciante, emettere uno scontrino in euro, accettare un pagamento in Bitcoin, riconvertirlo in Euro (grazie ad esempio a BitPay, che fissa un valore protetto dalla volatilità), ricevere il pagamento a mezzo tracciabile (Bonifico Bancario) e, infine, pagare le tasse in Euro?

Sono pochi i Paesi al mondo che hanno oggi preso posizione sulla sostanza del bitcoin, ossia se esso debba trattarsi come valuta, prodotto finanziario o bene di consumo, ovvero se possiede differente, e tuttora imprecisata, natura. Pochi Economisti sembrano disposti a riconoscere a questo pseudo-conio dell’iperspazio rango monetario: un motivo è di certo prorpio l’attuale alta volatilità – a cui lei fa correttamente cenno – che sembra compromettere l’attesa proprietà di riserva di valore, ritenuta essenziale per una moneta. L’Unione europea non ha al momento emesso alcuna normativa che implichi per il bitcoin la natura valutaria; infatti, al momento non sembra che esso rispetti tutti i criteri necessari per essere incluso nella Direttiva 2009/110/EC sulla moneta elettronica , né che possa aderire alla definizione di servizio di pagamento secondo la Direttiva 2007/64/EC.

BitPay-transactionsIl dibattito è tuttora molto aperto e le autorità statali, un po’ dovunque nel mondo, sembra siano state prese di sorpresa e mostrano disorientamento. Un esempio illuminante è fornito dalla ISR (equivalente negli Stati Uniti d’America alla nostra Agenzia delle Entrate) che non ha ancora emesso linee guida e, pertanto, si astiene dal rispondere a quei cittadini che chiedono come debbano trattare nella dichiarazione dei redditi i bitcoin di cui sono in possesso.

Per rispondere, però, più direttamente alla sua specifica domanda, sembra evidente che – nel rispetto delle leggi valutarie e di polizia – ad oggi un commerciante, come pure un cittadino qualunque, non dovrebbe venire sanzionato per gli usi del bitcoin che non violino norme generali e, quindi, ogni sorta di scambio lecito con valute, prodotti finanziari o beni di consumo non dovrebbe essere vietato nell’Unione europea, salvo che le norme nazionali non pongano specifiche restrizioni. Per questioni più specifiche, non essendo esperto in materia, non posso che rimandare ad un consulente fiscale ma, francamente non si capirebbe perché dovrebbe risultare illecito pagare le imposte a seguito di una conversione da bitcoin a Euro che si può effettuare sul suolo italiano con l’assistenza di siti operativi alla luce del sole, come ad esempio localbitcoins.com.

Piuttosto, ciò che manca a mio parere, e che non sarebbe difficile attuare, è una seria campagna informativa per il consumatore inesperto, affinché acquisti consapevolezza dei rischi in cui può incorrere in termini di rischi di sottrazione dei bitcoin o di incauto comportamento in attività di trading. Non sarebbe, inoltre, inutile, sempre a tutela del consumatore, esaminare come trattare le azioni di hacking dei bitcoin che, al momento, non sembrano produrre gli stessi effetti legali di un furto con destrezza di un “valore” e, dunque, rischiano di non essere sanzionati.

Nel momento in cui scrivo, siamo a circa 180 attività commerciali che accettano pagamenti in Bitcoin sul territorio nazionale (fonte CoinMap). Crede che questo numero potrebbe arrivare a 1.800 e, perché no, a 18.000, anche in assenza di una regolamentazione in materia?

Bitcoin è tuttora fortemente volatile. Nelle ultime settimane, in assenza di rilevanti sollecitazioni esterne, il tasso di cambio sembrava relativamente stabilizzato fra i 900 e i 950 US$. Negli ultimi giorni alcuni avvenimenti hanno determinato una forte perdita del valore di riferimento: un arresto di un esponente della Bitcoin Foundation per riciclaggio di denaro sporco seguito dall’annuncio di Apple Inc. che non consentirà più gli aggiornamenti del wallet di Blockchain.info (l’unico compatibile con iOS) e, infine, la chiusura, forse temporanea ma decisa senza preavviso, del nodo di scambio giapponese Mt.Gox. La sensibilità del valore dello pseudo-conio ad eventi puntuali è, senza dubbio, ancora molto rilevante. Fra l’altro si può osservare che la prevedibilità dell’effetto depressivo di questi eventi è, in aggiunta, essa stessa motore per la speculazione: tutto questo determina un nefasto effetto di feedback positivo che tende a peggiorare la situazione finché la causa non è rimossa. Abili trader possono così generare vere fortune, mentre chi è inesperto può rapidamente perderle.
Da cosa dipende questa forte instabilità? Può essere sanata? Il numero di utenti Bitcoin, sebbene difficile da stimare, si dovrebbe aggirare intorno al milione di unità, fra individui e organizzazioni: questo numero è ancora relativamente piccolo. Per fissare le idee, è come se avessimo una moneta per la sola Umbria (che ha poco meno di 900.000 abitanti) ma esposta agli effetti destabilizzanti del mondo intero. Ma c’è dell’altro: più del 90% degli indirizzi sono “vuoti” ossia a saldo zero, mentre lo 0,05% degli indirizzi con saldo maggiore di 1000 BTC detiene oltre il 38% del totale del capitale Bitcoin già generato. Il numero totale dei wallet installati è di oltre 26 milioni e fra questi l’1,7% consiste di indirizzi che possono considerarsi “morti”, in quanto inattivi sia in input che in output da prima del 2012.

È dunque evidente che il fenomeno Bitcoin è ancora largamente immaturo, quantunque in forte crescita. Secondo una recente indagine svolta negli USA, il 76% degli americani non ha ancora familiarità con il bitcoin. Come accade per qualsiasi rete, anche per Bitcoin il valore cresce con il numero dei nodi (ossia, in questo caso, degli utenti regolarmente attivi). Il “valore” (positivo), è quello percepito dalla popolazione e cresce con la connettività, mentre decresce con i fenomeni indesiderati quali i furti perpetrati dagli hacker, i malfunzionamenti della rete e le perdite di wallet (che, cumulativamente, compongono il “valore negativo”, o disvalore). Fintanto che il valore sopravanza nettamente il disvalore, dovremmo potere prevedere una crescita di tutto l’ecosistema e, dunque, anche degli esercizi affiliati al bitcoin. Dubito che su tutto questo la regolamentazione possa determinare un effetto virtuoso, mentre al momento è più verosimile che scoraggi le iniziative e l’innovazione (dunque il PIL generato dall’ecosistema ICT).

Sempre sulla blockchain, aldilà del solo Bitcoin, sono molti i fenomeni che stanno nascendo dalla fantasia degli sviluppatori. Uno di questi, Datacoin, permette l’upload di files all’interno della blockchain, in maniera indelebile, insovvertibile. Non riconosce una certa pericolosità nel fenomeno, laddove ad esempio i files caricati fossero lesivi della dignità umana? Non si pone un problema etico, con lo sviluppo di una tecnologia completamente censorship-free? Non si arriva ad un punto in cui non si puo’ parlare di net-neutrality e bisogna fare i conti con la realtà?free-speech2

L’assenza di intermediazione, per una tecnologia definita “trustless” come il Bitcoin, o derivati, di certo pone problemi nuovi, fra cui anche quello che lei menziona. È difficile, al momento, dare risposta, salvo che il codice open source non è immutabile e potrebbe in futuro prevedere automatismi differenti da quelli attuali, se concordati dalla community che opera sul codice. Anche se non è molto noto, lo stesso protocollo Bitcoin prevede una possibile funzionalità di mediazione di una terza parte concordata in grado di risolvere una disputa.
Se non che, a ben vedere, quello che lei solleva è un problema ben più generale in Internet che ad oggi, nonostante i tentativi, non ha ancora ricevuto risposta. Le due tecnologie che presentano analogie, da questo punto di vista, sono quella del cloud computing e quella dei big data. Il cittadino neppure sa, in molti casi, dove sono conservati, se sono replicati e quante volte, i dati che gli appartengono, quando questi vengano affidati a soggetti extra-europei, accettando senza particolare attenzione contratti spesso generici e comunque immodificabili. E poi c’è l’altra grande questione, anch’essa tuttora irrisolta nonostante gli sforzi, del cosiddetto diritto all’oblio, su cui l’Unione europea sta lavorando da anni senza però avere ancora trovato soluzioni soddisfacenti.

Il sistema Colored Coins permette di veicolare praticamente qualunque tipo di transazione all’interno della blockchain. E’ possibile associare ad un singolo “gettone” sostanzialmente qualunque cosa, è possibile dunque effettuare degli scambi monetari veicolando Euro o Dollari all’interno della blockchain in un modo che trascende la volatilità del noto Bitcoin, per esempio. Crede che un fenomeno del genere sia “troppo rivoluzionario” per essere accettato da ipotetici gruppi di pressione politica che mirano a tutelare i propri interessi?

Oggi abbiamo visto emergere in Bitcoin solo i più immediati e, direi, intuitivi meccanismi criminali: dall’acquisto di droga a ignobili traffici pedo-pornografici, generalmente svolti in quello che si chiama Dark Web, ossia quella porzione enorme di Internet non raggiunta dai motori di ricerca. Traffici preesistenti al Bitcoin e che, ci può giurarlo, proseguirebbero con pari potenza malavitosa se anche Bitcoin non esistesse. Qui ciò che conta per la fattibilità del traffico illecito è il sistema informatico Tor (o equivalenti) che consente la navigazione anonima dei potenziali partecipanti alla transazione criminale. Per quanto concerne il mezzo di scambio monetario, indubbiamente Bitcoin consente la pratica immediatezza e la delocalizzazione. Tuttavia, a differenza del denaro contante che – se non preventivamente segnato dalle autorità di polizia – fa perdere totalmente le tracce, il Blockchain registra per sempre la transazione che è visibile a tutti e che, con sofisticati software che saranno via via sempre più disponibili, le autorità potranno anche dopo molto tempo risalire agli illeciti più gravi.
Non si può escludere, anche, che su Bitcoin o su applicazioni da esso supportate, come Colored Coin o altre, e così pure attraverso nuove Blockchain costruite ad hoc sulla base di riadattamenti dell’esistente codice open source, possano essere concepiti nuovi usi, anche con implicazioni politiche, ad esempio relative al finanziamento dei partiti. Altre applicazioni già sono allo studio, quali le aste distribuite, le transazioni in Borsa distribuite e le cosiddette DAC (Distributed Autonomous Corporations) che lasciano già intuire l’avvento di nuove imprese dematerializzate e prive di gerarchie apicali. È un mondo nuovo che si affaccia, che potrà comportare minacce ma che non si dovrebbe demonizzare perché apre la porta a nuovi orizzonti di libertà, efficienza e progresso economico-sociale per tutti. Quei Paesi che per primi sapranno salire sul treno di questa “Nuova Internet Certificata”, come a me piace chiamarla, ne trarranno i maggiori benefici per i cittadini e le imprese.

La blockchain per come la conosciamo oggi permette un sistema di pseudoanonimato: Un sistema che permette di monitorare i flussi di dati all’interno di un enorme database praticamente da chiunque, ma che pone una innegabile fatica nel riconoscimento della paternità di questi. Il suo parere, riassunto, è positivo o negativo nei confronti della blockchain allo stato dell’arte?

Come ho già in parte spiegato, lungo la Blockchain sarà possibile “navigare” con software specializzati e, se si dispone di appropriata – per quantità e qualità – “side information” non è esclusa la possibilità di trovare tracce utili a smascherare chiunque. Non si deve trascurare che il Blockchain è dinamico e, quindi, in futuro – sia pure salvaguardando lo pseudo anonimato – le informazioni si accumulano sempre più e quello che oggi non si può scoprire si potrebbe rivelare fra un anno o fra dieci. Questo dovrebbe rappresentare un vero deterrente per chi voglia usare Bitcoin (o altri sistemi basati su Blockchain) per attività criminali che possono essere scoperte in qualunque momento da investigatori che, a differenza di chi indaga su crimini “localizzati”, possono essere dislocati ovunque nel mondo, non solo professionisti ma, come lei stesso accenna, persino dilettanti …. alla Agatha Christie!

Visto dalla parte delle persone per bene, l’uso di pseudonimi e quello della diversificazione dei wallet rappresentano però utili strumenti, se bene applicati, per proteggersi da hacker e da ogni genere di malviventi che sulla base di informazioni di identità manifesta potrebbero attentare al patrimonio o alla persona (si pensi solo al rischio di rapimento di chi possieda ingenti patrimoni in bitcoin, o di familiari, se non si operasse sotto pseudonimo). In Bitcoin la sicurezza è un requisito fondamentale che nessuno dovrebbe sottovalutare.

Scales-of-Justice-01Il caso Charlie Shrem è quello che ho definito “Bitcoin Lex”: Un’indagine di riciclaggio portata avanti attraverso la blockchain. E’ grazie a questo libro mastro digitale, trasparente, accessibile, che si è potuti risalire ai flussi di capitale fra SilkRoad e Bitinstant. Un’indagine che è andata oltre gli strumenti tradizionali: il movimento di denaro di Silk Road era chiaro, trasparente. In questo caso la blockchain si è rivelata assai utile allo scopo. Non trova che gli attacchi al Bitcoin operati da alcuni, adducendo motivazioni di riciclaggio di denaro sporco, a questo punto si siano dimostrati essere faziosi?

Qui lei riconferma, e approfondisce con un esempio, quanto più sopra ho sostenuto. Vedrà che col tempo, dopo che sarà stato superato il comprensibile pregiudizio verso una tecnologia nuova che ancora non si sa come padroneggiare, anche le Forze dell’ordine finiranno per apprezzare uno strumento che consente indagini accurate e la non ripudiabilità in giudizio delle prove raccolte. Una volta che questo sarà provato da casi concreti, il Blockchain sarà apprezzato quanto la prova del DNA. Addirittura si potrebbe pensare – volendosi spingere nell’ottimismo – che la criminalità, per assurdo, potrà volere rifuggire dall’uso di uno strumento di scambio tracciabile che potrebbe trovare assai pericoloso per i propri traffici delinquenziali e per l’incolumità delle cellule stesse di criminali e terroristi. Ma non illudiamoci, la criminalità troverà inevitabilmente le proprie contromisure e continuerà il perenne confronto fra “guardie e ladri”.

Credits:
Francesco Vatalaro è Professore Ordinario di Telecomunicazioni – Facoltà di Ingegneria – Università di Roma “Tor Vergata” – Nel suo blog sul Fatto Quotidiano si occupa di ICT dagli anni, regolamentazione e normativa, tenendo un faro puntato sul lavoro delle istituzioni in materia. Autore o co-autore di oltre 150 pubblicazioni scientifiche su riviste internazionali o presentate a congressi internazionali, è membro dell’IEEE e collaboratore, fra gli altri, dell’Arma dei Carabinieri, del Ministero delle Comunicazioni e di Telecom Italia. In questo intervento, quanto alle sue risposte, rimanda a http://www.ibtimes.com/bitcoin-wont-ever-be-accepted-most-consumers-according-survey-infographic-1553673 quale fonte dati sulla conoscenza di Bitcoin da parte dei cittadini statunitensi.

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Lo ammetto: quando l'ho letto all'inizio pensavo fosse uno scherzo... E invece no... E' notizia...

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