#FangoPiddino: da partito di governo a movimento di protesta contro M5S

Avete presente il cliché del capoufficio che promette cronicamente alla sua segretaria di lasciare moglie e figli?

Lei lo ama, gli crede, si strugge per lui e poi, con l’avvicinarsi della menopausa, inizia ad avere qualche lieve dubbietto. Alla fine si sveglia e capisce che l’altro tipo che la corteggia dall’inizio del film – quello povero, ma celibe e onesto – è l’uomo giusto.

La storia d’amore fra Matteo Renzi e gli italiani è proprio così: dopo gli entusiasmi travolgenti delle Europee 2014 e la sfilza di promesse, tutte rigorosamente etichettate con una data di scadenza, oggi la gente ha qualche perplessità.

La diminuzione delle tasse, i segnali di ripresa economica, gli effetti miracolosi del Jobs act: elementi fondanti della mitologia descritta dai proclami trionfalistici di Renzi e dai numeri dell’Istat (o meglio, da un certo modo di interpretare quelle cifre), risultati che però i cittadini, per quanto si sforzino, non riescono proprio a toccare con mano nel mondo reale.

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Dopo due anni di governo, le promesse dell’ex sindaco hanno smarrito il loro sex appeal.

Intanto il M5S, invece di sparire come qualcuno aveva profetizzato con improvvida sicumera, è cresciuto nei sondaggi, con tanto di sorpassi di Di Maio su Renzi e del M5S su chiunque altro in un eventuale ballottaggio.

Spalle al muro, il Pd ha cambiato strategia: da partito di governo si è trasformato in movimento di protesta contro il M5S.

Tutta la comunicazione Pd si è sforzata di scovare pretesti – se non di crearli artigianalmente – per gettare fango sul M5S, inciampando talvolta in clamorose bufale (vedi il caso del nome di Virginia Raggi erroneamente spuntato nelle carte di Mafia Capitale).

Purtroppo per loro è una strategia controproducente – basta guardare i feedback negativi sui social network per rendersene conto -, perché un partito di governo non può passare il tempo ad attaccare l’opposizione, il suo compito è quello di combinare qualcosa di buono e raccontarlo ai cittadini. Demonizzare e ridicolizzare le minoranze – fra l’altro – è quanto di più antidemocratico si possa immaginare.

Di fronte a sfide epocali del nostro tempo – penso all’immigrazione, un fenomeno ingestibile senza una visione razionale e a lungo termine del problema – e di fronte a situazioni drammatiche in cui precipiteremo a breve – la guerra in Libia, la cui responsabilità è stata prontamente scaricata da Renzi sul Parlamento, ricordandosi per la prima volta della sua esistenza -, il principale partito di governo si preoccupa soltanto di sfottere la principale forza d’opposizione con un registro linguistico da bancone del bar, fatto di insulti, provocazioni, mistificazioni, come si parlasse di un fuorigioco o di un rigore.

M5S non deve farsi trascinare in questa dialettica di infimo rango (“Tu hai fatto questo!”, “Eh, ma tu hai fatto quest’altro che è peggio”), deve piuttosto continuare a proporre idee e soluzioni, nonché a svolgere con diligenza il suo compito di opposizione, come nel caso dei mutui sulla casa, con il Pd – beccato con le mani nella marmellata – costretto a un parziale dietrofront.

Il 2016, per deliberata scelta di chi è al governo, sarà un anno di campagna elettorale nonstop, da qui al referendum costituzionale: i problemi reali resteranno sullo sfondo, irrisolti e sempre più marcescenti. Una situazione imbarazzante, meschina e pericolosa.

di Francesco Manna

ps. Renzi ha scelto il comodo (in tutti i sensi) salotto della D’Urso per dirci, fra mille sorrisi, che va tutto bene. Una roba oscena che si commenta da sé.

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