Luigi D'Angelo, il pensionato e obbligazionista suicida

“Ho Luigi sulla coscienza, avevamo ordine di convincere clienti”

“Non mi perdonerò mai di aver tradito chi credeva in me. E alla luce della tragedia accaduta al signor Luigino, so che non potrò mai trovare pace, né perdonarmi”.

Lo afferma in un’intervista a Repubblica, Marcello Benedetti, ex impiegato della Banca Etruria di Civitavecchia.

Fu lui a “convincere” Luigino D’Angelo, il pensionato che si è suicidato per aver perso tutti i risparmi (110mila euro), investendo in obbligazioni subordinate.

“Luigi fu uno dei primi clienti della banca a cui proposi questo investimento” spiega Benedetti a Repubblica.

Luigi D'Angelo, il pensionato e obbligazionista suicida
Luigi D’Angelo, il pensionato e obbligazionista suicida

“Firmò il questionario che sottoponevamo a tutti, nel quale c’era scritto che il rischio era minimo per questo tipo di operazioni. In realtà nelle successive carte che il cliente firmava, era presente la dicitura ‘alto rischio’, ma quasi nessuno ci faceva caso. Era scritto in un carteggio di 60 fogli”.

. “Avevamo l’ordine di convincere più clienti possibili ad acquistare i prodotti della banca – aggiunge Benedetti – Settimanalmente eravamo obbligati a presentare dei report con dei budget che ogni filiale doveva raggiungere. L’ultimo della lista veniva richiamato pesantemente dal direttore”.

“Quando mi resi conto che l’emissione delle obbligazioni subordinate era troppo frequente da parte della Banca Etruria capii che era possibile un imminente fallimento – continua Benedetti – Mi venne in mente dunque di mettere al riparo alcuni clienti, fra cui appunto Luigino. Per cercare di far avere loro la liquidazione sia delle subordinate sia delle ordinarie, proposi di fare una gestione di fondo. Ricordo che dissi a Luigino: ‘Non succederà mai niente alla banca, ma se dovesse in questo modo salvi i tuoi risparmi’. Ma lui non volle farlo”.

Perché tante bugie? “Eravamo in una sorta di sudditanza psicologica. Dal 2007 al 2014 le azioni sono crollate da 17 euro e rotti a 1 euro e 50 e questo era indicativo del fatto che dovevamo far acquistare loro la qualunque, anche le subordinate”.

“Ci dicevano – continua Benedetti – che la banca era sull’orlo del fallimento, e che l’aumento di capitale serviva a salvarci e che se non ci fossimo dati da fare la banca avrebbe chiuso e noi saremmo stati licenzianti. Ecco perché ognuno di noi convinceva più clienti possibili”.

Benedetti conclude: “Io Luigino me lo sento sulla coscienza perché mi sono comportato da impiegato di banca e se fossi stato una persona che rispettava le regole non gli avrei fatto fare quel tipo di investimento”.

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