La neolingua di Renzi su Twitter, smontata parola per parola

Nel pur ridotto spazio di un paio di tweet, oggi l’ex sindaco Matteo Renzi ha confezionato su Twitter una considerevole quantità di fregnacce, tali da meritare un’accurata disamina linguistica.

Tweet numero uno: “Da anni la politica non fa riforme. Noi ascoltiamo tutti, ma non ci facciamo ricattare da nessuno. Avanti. Questa è #lavoltabuona”.

Procediamo all’analisi del testo: “Da anni la politica non fa riforme”. Non è vero. La politica di riforme ne fa di continuo, purtroppo le fa male. Pensiamo alla riforma Fornero sulle pensioni o alla riforma elettorale di Calderoli.

Nella neolingua renziana, a dispetto del mondo reale, la parola “riforma” è necessariamente positiva: la riforma è buona e desiderabile in quanto tale. Chi si oppone è dunque cattivo.

“Noi ascoltiamo tutti”. E’ un mantra dell’ex sindaco, serve ad apparire moderato, ragionevole e democratico, sennò gli italiani si spaventano: in realtà Renzi finge soltanto di ascoltare, poi dice di no a tutto.

“Ma non ci facciamo ricattare da nessuno”. Nella neolingua renziana la mediazione democratica fra maggioranza e opposizione diventa un ricatto. M5S (cioè un movimento che ha preso oltre il 25% dei voti) propone di far accogliere almeno tre dei suoi emendamenti, Renzi trasforma una legittima richiesta dell’opposizione in qualcosa di violento e negativo, bollandola con la parola “ricatto”. Chi dopo anni fa le “riforme” e “ascolta tutti” è buono, chi “ricatta” è cattivo.

Avere in mano la maggioranza parlamentare e voler governare è una cosa, arrogarsi il diritto di occupare le istituzioni e dirigerle in modo dittatoriale è un’altra: le istanze dell’opposizione (e ripeto che non si tratta dell’opposizione di un partitino da 2%) non vanno soltanto ascoltate mentre si smanetta sull’iPhone grattandosi la panza, devono essere almeno in parte accolte.

renzi-twitter

Tweet numero due: “La riforma sarà sottoposta a referendum. Vedremo se la gente starà con noi o con il comitato del no guidato da Brunetta, Salvini e  Grillo”.

Renzi sorvola sul fatto che anche il Pd dice parecchi no: ha detto NO al quorum zero per il referendum confermativo (nonostante fosse un’idea presente nel programma del Pd), ha detto NO al ricorso alla Consulta per le leggi approvate in Parlamento, ha detto NO all’obbligo di discutere le leggi di iniziativa popolare in Parlamento.

Renzi scaraventa infine  “Brunetta, Salvini e Grillo” nello stesso calderone del “comitato del no”, in modo tale da etichettarli come dei criticoni di professione, capaci soltanto di distruggere le proposte di chi si dà da fare per le riforme (che sono sempre buone).

Nascosta dietro la neolingua renziana, la realtà dei fatti è sostanzialmente opposta.

Il vero “comitato del no” è presieduto da Renzi: per lui è inconcepibile permettere al M5S di portare a casa anche soltanto un emendamento (persino se si tratta della custodia cautelare per il reato di voto di scambio politico-mafioso, oppure di abolire il vitalizio ai politici condannati per mafia, eccetera eccetera), è una questione ideologica (altra parola che Renzi utilizza quando deve far sembrare cattivo qualcosa, come ad esempio l’articolo 18).

Il vero ricatto è quello di Renzi al Parlamento, amministrato al ritmo di una fiducia a settimana: se deputati e senatori non votano di sì a tutto (e senza l’ardire di chiedere modifiche), Renzi fa saltare il banco e va al voto, il che equivale alla fine politica per i nominati che affollano Camera e Senato.

Arrivederci ai prossimi 140 caratteri di orwelliane fanfaluche.

 

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Francesco Manna

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