I numeri del fallimento di Renzi nascosti dalla propaganda

Con l’avvicinarsi del referendum costituzionale, la cui data sarà stabilità nel Consiglio dei Ministri del 26 settembre prossimo, aumenta la propaganda governativa.

I numeri del fallimento del Governo Renzi sono chiarissimi, ma si preferisce nasconderli con promesse di bonus, con letture parziali dei dati, aumentando l’enfasi sugli zero-virgola e non vedendo le travi negli occhi.

Un’indagine presentata ieri mattina dall’Ufficio Studi di Confcommercio mostra un quadro economico disastroso per l’Italia: in dieci anni sono raddoppiate le famiglie in stato di povertà assoluta. Non solo famiglie però, anche le singole persone in assoluta povertà hanno subìto una forte impennata del 117% durante questi dieci anni di mordente crisi economica.

I dati dell’occupazione, nonostante i tweet incoraggianti e sprizzanti di ottimismo del Premier, dimostrano come il Jobs Act sia stato un flop. Se consideriamo i dati del Ministero del Lavoro, l’unico che possa fotografare in modo reale la situazione occupazionale italiana, é evidente che eliminare i diritti dei lavoratori non abbia avuto i mirabolanti risultati sperati di boom di assunzioni. Dall’altra parte, se si considerano le rilevazione dell’Istat, non c’è da lamentarsi per il buon lavoro del Governo. Ed è proprio qui che la comunicazione renziana a reti unificate fa la differenza.

Come abbiamo spiegato in questo articolo di giugno “..perché impegnarsi a migliorare la realtà, compito gravoso e ingrato, quando si possono truccare le statistiche, facendole poi diventare sbrilluccicanti titoli di giornale?

Una foto che vale più di mille parole di spiegazione è questa quiistat vs ministero3-vert

Oggi abbiamo il rapporto Ocse 2016 secondo il quale in Italia oltre un terzo dei giovani tra i 20 e i 24 anni di età non lavora e non studia, sono i cosiddetti NEET (Not in Education, Employment or Training). Tra il 2005 e il 2015 la loro percentuale è aumentata in misura superiore rispetto agli altri paesi Ocse: +10 punti.

Sempre di oggi il Centro Studi di Confindustria ritiene “del tutto insoddisfacente” la crescita economica italiana, prevedendo per quest’anno un aumento del pil limitato al +0,7% e per il 2017 al +0,5%.

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Il debito pubblico continua la corsa inesorabile verso vette sempre più alte: a luglio si è stabilito a 2.252 miliardi, vale a dire +3,4 miliardi rispetto a giugno. A dirlo è Bankitalia che pubblica il supplemento finanza pubblica al bollettino statistico. Nello stesso supplemento si mette in evidenza quel +4,9% delle entrate tributarie e un +80,5 miliardi – nei primi sette mesi del 2016 – di debito delle Amministrazioni pubbliche.

Si inizia a parlare dell’adeguamento del DEF, lima qui, taglia lì. I servizi ai cittadini ne risentiranno come sempre e si pensa, ancora una volta, di mettere mano al fondo sanitario nazionale.

Qualcuno dovrebbe iniziare a spiegare come mai con uno spread al minimo da 3 anni, con i tagli effettuati, con l’aumento delle entrate fiscali, con le riforme renziane che avrebbero dovuto portare ognuna un considerevole aumento di PIL, siamo ancora qui con un debito pubblico monstre, l’impossibilità di trovare un lavoro che permetta una vita quanto meno dignitosa, famiglie con povertà assoluta in aumento nonostante gli 80€ per “comprare lo zainetto in più” (cit Renzi).

Non dimentichiamo il tavolo aperto sulle pensioni per cercare di alleviare i problemi ancora attuali creati dalla riforma Fornero. Il governo Renzi non ha trovato niente di meglio che inventarsi le pensioni anticipate finanziate con un prestito bancario ventennale. Dipendesse da me, il primo a richiedere un prestito in banca per poter andare in pensione dovrebbe essere messo in galera per aver dato legittimità ad una tale idea.

E se dovessimo basarci sulle promesse economiche di Renzi per capire se possiamo credere a quanto ci racconta per la Riforma della Costituzione, l’unica salvezza è votare NO. Se non altro potremmo dire di non aver abboccato all’ennesima promessa di miracolo italiano.

Qualcosa fa ipotizzare un autunno molto caldo.

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