Renzi astensione

Addio Pd: Renzi fonda il Partito dell’Astensione

Dopo “#Lavoltabuona” o “#Italiariparte“, un prossimo hashtag renziano potrebbe essere “#Ilvotouccide“, magari come accessorio su Twitter a un monito presidenziale del tipo: “Il voto crea un’elevata dipendenza, non iniziare“.

La campagna pro-astensionismo dell’ex sindaco è massiccia e feroce. Dopo il niet all’election day comprensivo di Amministrative e referendum trivelle, adesso la corazzata del non-voto punta dritta a stabilire domenica 5 giugno come data per l’elezione dei sindaci di oltre 1.300 comuni, ovverosia proprio a ridosso del maxi ponte. A seguire, il 19 giugno, bollenti ballottaggi quasi estivi in boxer e infradito. 

Il mare non è soltanto buono da trivellare, ma anche come meta verso cui dirottare gli incalliti viziosi che si ostinano a frequentare le urne, questi tossicodipendenti da scheda elettorale che vogliono inebriarsi del balordo “dovere civico” sancito dall’art. 48 della Costituzione.

E’ del resto più che ben motivata, riconosciamolo, quest’opera magna per disinfestare i seggi dagli elettori sopravvissuti al disgusto per i partiti. L’astensione per il Pd è un tonico portentos, una delizia senza croce: più italiani se ne infischiano della democrazia e meglio il Partito democratico va. Rammentiamo il mirabolante e totemico 40.1% delle Europee 2014 (astensione al 42,8%) o la paciosa vittoria in Emilia Romagna (affluenza 37,71%), a dispetto dell’uscita di scena poco gloriosa del precedente governatore Pd.

Renzi astensione

La storia è vecchia e nota: meno cittadini “normali” votano (l’infame e resiliente virus del voto d’opinione) e più pesano i pacchi di voti preconfezionati, forniti da truppe cammellate, lobby, amici degli amici, tesserati e famigli assortiti. La scarsa affluenza è considerato un imbarazzo solo alle primarie di partito, ma lì si risolve con cinesi e schede bianche gonfiate.

Tutto bene, ma un rimprovero bonario non posso trattenerlo. Sull’election day Renzi ha detto una fenomenale corbelleria (come mai non vedo facce stupite?), quando ha assicurato che sarebbe la legge a dire che il referendum non può svolgersi nel medesimo giorno di elezioni di altra natura. Trattasi di affermazione falsa come una banconota da 80 euro, è tutt’al più corretto dire che sono prassi e consuetudine a indicare questa via, poiché in Italia non c’è mai stato un election day analogo. Ma nulla vieta di farlo, tanto è vero che nel 2011 era lo stesso Pd (al tempo un’indiavolata curva di ultras pro-referendum) a chiederlo.

Che strano poi, vedere Renzi – proprio Renzi – colto da un fulmineo moto di affezione alla tradizione e alle consuetudini.

Proprio lui, il grande innovatore che ha abolito l’articolo 18, lui che ha rottamato i contratti indeterminati (parlo di quelli tali di fatto), lui che ha sradicato l’antica superstizione del dibattito parlamentare con uno tsunami mai visto prima di decreti leggi e questioni di fiducia, per la prima volta persino sulla legge elettorale, lui che ha dato una rinfrescata ai vertici di Rai, Eni, Terna, Acea, Ferrovie, Finmeccanica, eccetera eccetera, piazzando la sua fresca e giovane brigata di compagni. Per non parlare della prova muscolare con cui, improvvisando una maggioranza creativa con Verdini, Renzi è riuscito a imporre agli italiani un referendum costituzionale, unica reliquia che la sua genialità non è riuscita a scavalcare.

Ma risparmiare 300 milioni con l’election day, violando il nostro nobile retaggio repubblicano? Questo mai, è troppo: i padri costituenti se ne avrebbero a male.

di Francesco Manna

ps. dopo le dimissioni della ministra Guidi, inseguito allo scandalo intercettazioni, il 17 aprile abbiamo un motivo in più per dare un democratico calcio negli stinchi al Partito dell’Astensione. Votiamo, che sia SI’ o sia NO, ma votiamo.

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