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Pensioni novità riforma: taglio cuneo fiscale e nuove minime di garanzia

PENSIONI ULTIME NOVITÀ SULLA RIFORMA DEL GOVERNO (6 MARZO 2017)

Dopo le news sull’anticipo pensionistico, oggi parliamo del taglio dei contributi nella “fase 2”.

Il calendario degli incontri fra governo e sindacati è già fissato, con lavoro e pensioni come temi centrali.

A settembre 2016 è stato fissato il verbale di intesa, con l’aumento della quattordicesima e l’Ape, oggi è il momento di parlare di pensione minima di garanzia e sgravi sulle nuove assunzioni a tempo indeterminato.

Marco Leonardi sta coordinando l’unità economica di palazzo  Chigi che si occupa di questi temi.

Il taglio dei contributi dovrebbe essere compreso fra i 3 e i 5 punti.

Il vantaggio sarebbe diviso equamente fra imprese e dipendenti.

Le pensioni minime di garanzia sono invece una sorta di paracadute per le carriere lavorative discontinue, sempre più diffuse negli ultimi anni.

Oggi la pressione fiscale sul costo del lavoro è tipicamente fra il 41% e il 46%, con punte superiori al 50% includendo altre spese ad essa conness.

Ma quanto costa tagliare il cuneo fiscale sul lavoro?

Secondo le ultime notizie, la copertura necessaria sare almeno di 1 miliardo, forse 1 miliardo e mezzo.

Prossimi incontri con i sindacati in programma: 9 marzo per politiche attive e ammortizzatori, 23 marzo su flessibilità contributiva e previdenza integrativa.

Riforma pensioni novità (6 marzo 2017): si continua sulla via degli sgravi, sarà quella giusta?

Da un certo punto di vista è rincuorante che si inizi a porre il problema sul tavolo, cioè capire come saranno le pensioni delle generazioni condannate al precariato e alla discontinuità contributiva.

Finora abbiamo visto solo misure di corto respiro, finalizzate a riscuotere un immediato consenso elettorale.

Tuttavia i risultati del Jobs act e degli sgravi fiscali sulle assunzioni sono stati ben poco entusiasmanti.

L’unico effetto ottenuto è stato quello di gonfiare temporaneamente le statistiche sul lavoro, con un crollo immediato delle nuove assunzioni (che spesso sono state semplici trasformazioni di contratti) al diminuire degli sgravi.

Senza contare che l’anno prossimo, quando finiranno gli sgravi, si rischia una ondata di licenziamenti, visto che il Jobs act ha in pratica liberalizzato il licenziamento arbitrario.

Non sarà che adesso, invece di cambiare rotta, stanno perseverando nello stesso errore per non ammettere di aver sbagliato?

 

 

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