Report, addio con vittoria giudiziaria di Gabanelli e Santachiara

C’è chi dice NO. Si intitolava come una celebre canzone di Vasco Rossi l’inchiesta di Report del 4 dicembre 2011 dedicata al Sacco di Serra, oggetto di una pesante causa civile per danni.

Nella giornata di sabato il giornalista free lance Stefano Santachiara, alla vigilia della grande manifestazione nazionale #nonunadimeno e ad una settimana dal referendum sulla riforma costituzionale, ha annunciato sul suo profilo Facebook l’esito del lungo iter giudiziario con le seguenti parole: “La richiesta di risarcimento per il nostro “C’è chi dice NO” è stata respinta dalla magistratura. Estendiamo quindi, senza nesso causale ma per il tramite della connessione sentimentale che solo la nostra meravigliosa lingua sa creare, questa esortazione forte al referendum e alla violenza maschile sulle donne. Diciamo forte e chiaro: NO!”. La notizia della fine, salvo ulteriori code, del calvario giudiziario iniziato cinque anni fa, è stata salutata con gioia dai giornalisti precari e dai colleghi di Articolo 21 e Left Avvenimenti

I giudici quindi hanno respinto le richieste di risarcimento, quantificate in almeno un milione di euro ciascuno, avanzate dalla cooperativa Cooprocon nei confronti degli artefici del servizio di Report: la cittadina Francesca Ragusa, il geometra Oliver Zaccanti, il collaboratore della trasmissione Giuliano Marrucci e la conduttrice Milena Gabanelli, che dunque festeggia nel migliore dei modi l’addio di ieri dopo vent’anni di successi.

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L’inchiesta famigerata non riguardava soltanto le lottizzazioni immobiliari della coop all’ombra di Serramazzoni, splendido borgo immerso nel verde a 800 metri di altezza, ma un’impietosa quanto paradigmatica denuncia degli intrecci tra amministrazione, politica, economia e malaffare. Nell’occasione il rigore professionale di Gabanelli si è intrecciato a quello di Stefano Santachiara, all’epoca inviato del Fatto Quotidiano, dalle cui colonne aveva rivelato i primi casi accertati al nord di rapporti fra ‘ndrangheta e Pd (il sindaco di Serramazzoni, ex democristiano, è confluito nell’area renziana del partito) nonché corruttele, abusi edilizi e devastazioni del crinale appenninico. Egli tuttavia non ha ricevuto la tutela legale dal quotidiano di via Valadier né dalla Rai e il fondo di garanzia dell’associazione nazionale della stampa non lo avrebbe coperto che di poche migliaia di euro in caso di soccombenza nel contenzioso civile (Lo abbiamo raccontato QUI). Una beffa scoraggiante per il giornalismo d’inchiesta, visto e considerato che la causa milionaria è subito stata definita “intimidatoria verso la libertà di stampa” da Fnsi, Odg e Ossigeno per l’informazione.

Santachiara si è affidato all’avvocato Fausto Gianelli, già legale dei ragazzi torturati dalla polizia al G8 di Genova, e tra un’udienza e l’altra ha continuato a indagare su più livelli. Il suo primo libro, scritto nel 2013 assieme a Ferruccio Pinotti per tipi Chiarelettere – I panni sporchi della Sinistra – ha esordito nella top ten de La Lettura del <Corriere della Sera> ed è giunto alla quarta ristampa.

Il confronto con le bolle mediatiche orchestrate da e per “professionisti dell’antimafia” emerge in modo evidente nel corso dell’intervista di Osvaldo Migotto per il <Corriere del Ticino>, rilasciata il 12 dicembre 2014, tra l’altro poco prima che scoppiasse l’inchiesta Aemilia. Al caporedattore del quotidiano elvetico diretto da Ferruccio De Bortoli che gli chiede se le sue indagini su mafia e politica risalenti a sei anni fa avessero avuto la stessa eco di quelle di Mafia Capitale a Roma, Santachiara risponde: “No, malgrado gli ingredienti per un “romanzo criminale” ci fossero tutti: la mafia più ricca per giro d’affari e pericolosa militarmente, la ‘Ndrangheta calabrese, il legame con il Pd sull’Appennino emiliano, cioè nella regione più avanzata socialmente, le lottizzazioni immobiliari nelle mani di cooperative accusate di abusi edilizi, gli appalti milionari di stadi e scuole affidati in project financing a società riconducibili ad un boss della Piana di Gioia Tauro, imputato anche per incendi dolosi, estorsioni e per l’invio di teste di capretto mozzate a imprenditori rivali.”

Alla domanda sulle reazione dei vertici Pd allo scandalo dei rapporti con la ‘ndrangheta, Santachiara spiega che la politica finse di non capire,“[…] minimizzando il fatto che il sindaco di Serramazzoni Luigi Ralenti incontrasse l’ex soggiornante obbligato Rocco Baglio, già condannato negli anni ’90 per bancarotta e detenzione di mitra, e gli assegnasse importanti opere edili. Le accuse per l’amministratore sono di corruzione e turbativa d’asta, il processo è in corso ma comportamenti simili non sono stati stigmatizzati dalla politica, neppure quando il Comune nel 2012 è stato commissariato dopo nuove indagini sulla nuova Giunta”. Sulle difficoltà incontrate durante le investigazioni, il giornalista sottolinea che quando nel 2011 le indagini della pm di Modena Claudia Natalini hanno scoperchiato il Sacco di Serra, (la dottoressa) non ha potuto contestare l’aggravante dell’articolo 7 perchè la Direzione distrettuale di Bologna, competente in materia, decise di non considerare metodo mafioso quello degli incendi dolosi e l’invio della testa di capretto. Purtroppo c’è stato persino chi, come il collega Giovanni Tizian, ha dichiarato che Baglio ormai “si era smarcato” dal mondo malavitoso. Eppure gli esperti di mafia sanno che le cosche, a meno di pentimenti, sono per sempre”.

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