riforma pensioni 2016

Riforma pensioni 2016: le novità di Renzi sono una barzelletta

PENSIONI ULTIME NOTIZIE (10 MAGGIO 2016) – La sospirata riforma pensioni 2016 resta un oggetto non identificato: Matteo Renzi ha parlato di loghi e di simboli, ma di sostanza se ne è vista poca.

L’unica certezza  è che, a giudicare dalle buste arancioni, le nostre pensioni arriveranno sempre più in là con gli anni e saranno sempre più magre. L’impressione è che l’Inps stia spiegando ai cittadini italiani che dovranno arrangiarsi da loro, mettendo da parte soldi con fondi privati, cioè con pensioni integrative accumulate attraverso banche e assicurazioni.

Suona come una resa del nostro sistema pensionistico, scassato da decenni di misure scriteriate, ideate soltanto per compiacere parte dell’elettorato, senza considerare gli effetti sul lungo termine.

riforma pensioni 2016

Riforma pensioni 2016: una necessità che non vedremo da governi come quello di Renzi, preoccupati solo delle elezioni

Le conseguenze graveranno in particolare sui nati negli anni ’80 e successivi, visto che sul loro groppone si è caricata tutta la sofferenza della nostra spesa previdenziale.

Ma anche i lavoratori più anziani, come quelli delle classi fra il 1951 e il 1953, hanno subito il contraccolpo della situazione, con le mazzate micidiali inflitte dal governo Monti, in particolar modo la riforma Fornero e la mancata rivalutazione delle pensioni superiori a tre volte il minimo Inps (giudicata poi incostituzionale, ma mai rimborsata integralmente).

Parliamoci chiaro: l’Ue vuole che la legge Fornero resti così com’è (persino Padoan l’ha blindata definendola “cruciale”), quindi non illudiamoci di vedere una riforma pensioni 2016 dal governo Renzi che sia davvero rivoluzionaria (così come non dovremmo aspettarcela da nessun governo inginocchiato di fronte agli ordini di Bruxelles).

Lo confermano del resto le varie proposte che si sono avvicendate, fra la destinazione di parte del Tfr ai fondi pensioni, l’aumento della deducibilità dei contributi, eccetera, fino all’Ape del governo Renzi, che davvero fa pensare a un tre ruote di quelli messi male.

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E’ stato già calcolato che l’Ape, per quanto se ne sa, costerebbe carissimo a chi sceglie di usufruirne per andare uno, due o al massimo tre anni prima in pensione: significherebbe sia indebitarsi, sia accettare delle penalità sulla propria pensione.

Tutte le varie soluzioni prospettate, da quelle di Cesare Damiano a quelle di Tito Boeri (presidente Inps), fino a quelle dei vari esponenti del governo Renzi, hanno tutte le stesse caratteristiche: o sono convenienti per i lavoratori, ma sono insostenibili per i conti dello Stato, oppure sono sostenibili ma rappresentano una vera e propria fregatura, perché funzionano – semplificando – togliendo da una parte per rimettere da un’altra parte, restando sempre nel circuito economico pensionistico, quindi facendo pagare agli stessi lavoratori e pensionati.

A nostro modesto avviso – discutibilissimo come ogni opinione è -, il sistema pensionistico italiano è semplicemente scoppiato, ma si è trattato di uno scoppio così lento che gli effetti per propagarsi hanno avuto avuto bisogno di decenni e altri ne serviranno per arrivare al disastro totale.

C’è bisogno di una riforma pensioni coraggiosa, risolutrice, che stacchi in modo netto con il passato, a costo di scontentare qualcuno: ma senza un cambio radicale al governo del Paese, questo resterà impossibile.

 

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