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Socialfemminismo di Santachiara: confronto pubblico M5s-Sinistra

Dopo la prima presentazione pubblica alle Pari Opportunità del Comune di Ferrara, continua a far discutere il nuovo libro di Stefano Santachiara, Socialfemminismo.

L’autore è atteso sabato 11 febbraio a Piacenza per un nuovo incontro, meno istituzionale e politicamente incandescente, in una realtà che in primavera segnerà un passaggio cruciale nel voto amministrativo. Il dibattito di Piozzano (inizio ore 16, presso la Biblioteca di piazza Tigli), organizzato dall’associazione Rio Canto col patrocinio di un Comune a guida progressista, vedrà sul palco assieme a Santachiara due donne di orientamento politico e formazione culturale diversa: Dea De Angelis, esperta paleobiologa, consigliera di centrosinistra ad Agazzano, responsabile delle iniziative culturali; l’avvocata Rosarita Mannina, candidata sindaco del Movimento 5 Stelle a Piacenza dopo un’appassionata sfida alle “comunarie” della scorsa settimana. Nel verde delle valli piacentine, storicamente divise tra una tradizione cattolica e conservatrice e la sinistra qui rappresentata dall’ex segretario Pd Pier Luigi Bersani, le forti polemiche tra pentastellati e democratici a colpi post, tweet e comparsate televisive, lasciano ora spazio all’interlocuzione reale, in un dibattito dal vivo.

Tra un’avvocata che sogna di ripetere a Piacenza l’impresa “capitale” di Virginia Raggi e un’intellettuale di sinistra. Mannina e De Angelis, ciascuna partendo dal proprio campo professionale, si confronteranno con Santachiara sui rapporti di forza tra i sessi nella società, nella storia e nella politica.

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La denuncia delle mutilazioni genitali con l’intervista di Jaha Dukureh, la misoginia dei fondamentalisti islamici, i femminicidi occidentali.

Socialfemminismo, il saggio di Stefano Santachiara (441 pagine, Digital Press) che sarà presentato in prima nazionale venerdì 3 febbraio alla Commissione Pari Opportunità del Comune di Ferrara, non risponde soltanto alla cogente necessità di rischiarare l’infinita “caccia alla streghe”. Il profitto capitalista continua a fare perno anche sul lavoro sottopagato e precario delle donne, sulla fatica domestica gratuita in luogo di un welfare inclusivo. Le pretese attitudini femminili alla cura della famiglia e della casa si intrecciano a pregiudizi contraddittori: nelle professioni la maternità è penalizzante, la single senza figli suscita diffidenza. Quando le femministe coniugano le lotte contro la discriminazione di genere a quelle per la giustizia sociale, lo sprezzo nei loro confronti diviene scientifico, proporzionale al ruolo e al seguito nella comunità. L’hanno subìto Dilma Rousseff, Zoe Konstantopoulou, Laura Boldrini. Matteo Renzi, per giustificare l’interim delle deleghe alle Pari Opportunità nella sua giunta di Firenze, esortò a non considerarle più “la riserva indiana del femminismo ideologico”. E’ la strategia della rimozione, la medesima che nega la memoria delle donne che hanno contribuito al progresso umano. Nel discorso pubblico manca la critica dei rapporti di forza tra i sessi nella società, dunque il nesso fra la violenza maschile e il sistema proprietario entro cui si riproduce. Quali sono le radici strutturali e culturali della governamentalità patriarcale? E’ quanto mai necessario rileggere i processi storici, la politica, la vita attraverso chiavi interdisciplinari e alternative all’unilinearità androcentrica. Pochi conoscono i Matriarchal studies, alcuni discettano di studi di genere ma sovente al fine di mistificarne il messaggio. I femminismi, con le pratiche e la dialettica, pur tra limiti e divisioni, sono stati linfa straordinaria dei “dieci anni che sconvolsero il mondo”. Sapranno dispiegare nuove spinte individuali verso l’uguaglianza sociale nelle libertà?

ESTRATTO DA “SOCIALFEMMINISMO” DI STEFANO SANTACHIARA (per gentile concessione dell’autore)

Renzi e le donne

L’uomo che Washington, la Finanza, il Vaticano e Confindustria hanno benedetto come nuova guida dell’Italia, Matteo Renzi, ha sventolato più volte le otto donne nel suo governo, “l’altra metà del Consiglio dei ministri”. Fece lo stesso da presidente della Provincia e sindaco di Firenze, pareggiando le quote sessuali in giunta. Il premier e segretario del Pd ha imposto nelle istituzioni una stretta cerchia di collaboratori in nome della “rottamazione della vecchia politica”, termine automobilistico che richiama al legame con Sergio Marchionne. Secondo gli osservatori più esperti Renzi “blinda le porte, tiene pochissime riunioni” e si affida a professionisti che sono diretta espressione del neocapitalismo finanziario. Basti pensare al commissario alla spending review Yoram Gutgeld, già direttore a livello europeo di McKinsey & Company; o al presidente della Cassa depositi e prestiti Claudio Costamagna, ex responsabile per l’Europa della banca d’affari Goldman Sachs.

Tra le cooptate al governo primeggia la più giovane Maria Elena Boschi, avvocata tributarista di Montevarchi, cattolica senza un background nell’associazionismo. Nel 2009 sostenne il candidato dalemiano Michele Ventura nella corsa a sindaco contro Matteo Renzi, lo fece assieme al capogruppo in consiglio Francesco Bonifazi, suo amico e collega di studio legale, rampollo di una storica famiglia comunista. Entrambi si dissero convertiti al renzismo: alla fine del 2013 Bonifazi è stato nominato tesoriere del Pd mentre Boschi ha organizzato la Leopolda. Dal 2010 codesta specie di Congresso parallelo, aperto alla società civile e legittimato dall’iniziale presenza di Pippo Civati, è stato l’epicentro mediatico dell’assalto di Renzi al segretario Bersani. L’ex boy scout di Rignano sull’Arno ha scelto per Maria Elena Boschi un ruolo preciso, quello per le Riforme e i rapporti col Parlamento. Premier e ministra, infatti, hanno lanciato la modifica costituzionale per trasformare il Senato in un organo rappresentativo delle autonomie regionali.

La “grande riforma”, personalizzata da Renzi in occasione del referendum confermativo, è giudicata da insigni costituzionalisti una restrizione della democrazia in combinazione con l’Italicum, legge elettorale sub iudice che assegnerebbe alla lista vincente un premio di maggioranza del 53% dei seggi alla Camera. Benché dotata di eloquio forense e buone competenze, Boschi talvolta scivola accostando il “nuovo” Renzi alla “vecchia” Democrazia Cristiana. Ad esempio, replicando in Senato alle accuse di svolta autoritaria del governo, ha dichiarato: ”Un grande statista, che è stato anche un grande presidente di questa assemblea, un riferimento per tante donne e uomini della mia terra, compreso mio padre, Amintore Fanfani, ha detto una piccola grande verità, “le bugie in politica non servono”.

Matteo Renzi ha puntato su Federica Mogherini, assistente di Veltroni quand’era sindaco di Roma, deputata dal 2008 nella corrente di Bersani. Il presidente del Consiglio l’ha nominata ministra degli Esteri preferendola a Emma Bonino, poi ha fatto i salti mortali in Europa per metterla a capo della Politica estera e Sicurezza comune dell’Unione. Mogherini, che sino alle primarie con Bersani non aveva lesinato critiche a Renzi, è rimasta folgorata sulla via di Rignano: ”Noi siamo il governo più giovane d’Europa e abbiamo giocato sulla parità femminile. Oggi io sono il più giovane commissario europeo”.

La ministra per la Semplificazione e la Pubblica amministrazione è Marianna Madia, candidata 6 anni prima da Veltroni dopo un’esperienza come ricercatrice in Arel, il think tank fondato da Beniamino Andreatta e gestito da Enrico Letta. La titolare della Difesa Roberta Pinotti viene da una lunga militanza nel Pci e nei Ds in Liguria: cattolica e pacifista, si barcamena fra l’acquisto degli aerei F35 e le missioni di peacekeeping. Beatrice Lorenzin, professionista della politica con gavetta ventennale in Forza Italia, si conferma al ministero della Salute in base all’accordo con il Nuovo Centrodestra di Angelino Alfano.

L’ex rettora universitaria di Perugia Stefania Giannini si è accomodata all’Istruzione in quota Scelta civica di Monti ma poi è passata al Pd. La ministra agli Affari regionali Maria Carmela Lanzetta, già sindaca di Monasterace sotto scorta per minacce di ‘Ndrangheta, si è dimessa a neppure un anno dalla nomina per accettare l’incarico di assessora regionale in Calabria.

Il secondo caso di abbandono, quello della ministra allo Sviluppo economico Federica Guidi, è una plastica dimostrazione del capitalismo di relazione. Da imprenditrice ha seguito le orme del padre Guidalberto Guidi, presidente di Confindustria; dopo la laurea in legge e l’esperienza da analista finanziaria è stata al timone dell’azienda di famiglia, Ducati Energia, poi dei Giovani industriali, infine vicepresidente della stessa Confindustria a gestione Marcegaglia. Al battesimo da ministra, Federica Guidi non tratteneva l’entusiasmo: ”Credo che dovrei pagare Matteo Renzi per avermi dato l’opportunità così eccitante di vedere la vera rivoluzione culturale di questo paese in una prospettiva completamente diversa”.

Nell’aprile 2016 è stata costretta a lasciare il ministero a seguito di alcune telefonate con il compagno Gianluca Gemelli, imprenditore nel settore energetico e commissario di Confindustria Siracusa, intercettato nell’ambito di un’inchiesta della Procura di Potenza sui giacimenti di petrolio e gas della valle del Sauro. Le conversazioni finite sui giornali, anche se penalmente irrilevanti, evidenziano la condizione di subalternità nei confronti dell’uomo. Gemelli, nel tentativo di ottenere una corsia preferenziale, tormentava così di frequente la ministra Guidi da farla sbottare: ”Non fai altro che chiedermi favori, con me ti comporti come un sultano… oh mi sono rotta… a 46 anni… tu siccome stai con me e hai un figlio con me, mi tratti come una sguattera del Guatemala”

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