Socialfemminismo, scontro tra Il Manifesto e Santachiara

Una stroncatura senz’appello di Socialfemminismo, attraverso un aggettivo adagiato fra una premessa cortese e una chiosa brillante, e il titolo riportato in modo sbagliato. Se la storia è piena di polemiche roventi attorno a refusi e recensioni, la singolar tenzone tra Il Manifesto e lo scrittore Stefano Santachiara risulta decisamente originale. Accade che il 16 febbraio il quotidiano comunista riservi una scheda al saggio, presentato all’inizio del mese alla Commissione Pari Opportunità del Comune di Ferrara:

Ha voluto addentrarsi per sentieri arditi Stefano Santachiara proponendo il volume Social Femminismo, rivoluzioni storiche delle donne, conservazione e repressione al maschile. Classe ‘75, autore di alcune inchieste di successo, propone un libro compilativo che parte da una consapevolezza:“Il femminicidio è una piaga che ci riguarda tutti. Non si tratta di raptus di gelosia o di follia ma dell’estrema conseguenza di una serie di condotte violente e misogine, figlie di una concezione proprietaria che non accetta l’indipendenza economica e psicologica della donna. Occorre portare alla luce il gap tra la parità formale e le discriminazioni reali”. Da qui la ricerca delle cause -storiche, economiche e simboliche, in prospettiva marxista – del predominio maschile e della sopraffazione di genere. Dieci capitoli e tante figure di donne che hanno segnato di sé la storia, alcune delle quali più non compaiono nelle genealogie addomesticate seguite alla sconfitta del ciclo di lotte degli anni’70.

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Nei giorni precedenti Santachiara aveva riferito l’atteggiamento poco urbano di quindici responsabili delle pagine culturali di quotidiani e riviste. Nessuno di essi infatti, malgrado contatti informali con vari colleghi, aveva risposto alla comunicazione via mail riguardante la prima nazionale di Socialfemminismo (Digital press, 441 pagine) a Ferrara e al dono del testo. Secondo il giornalista d’inchiesta non si tratterebbe di una fatwa personale ma di una censura della cerchia mediatica relativa ai contenuti e alle protagoniste del libro. Santachiara ricordava infatti che per I panni sporchi della Sinistra ricevette recensioni su numerosi giornali, da Sette-Corriere della Sera al Giornale, da Micromega-Repubblica al Fatto Quotidiano passando per Libero e Panorama.

Un altro danno allo scrittore potrebbe derivare dall’erronea dicitura di Social femminismo ripetuta dal Manifesto nel titoletto della scheda e nell’articolo. Più che al progresso umano e alle lotte socialiste, fa pensare ai Social network. Disattenzione o ripicca? Nel volume Santachiara aveva dedicato un breve passaggio a Paolo Ercolani, collaboratore del Manifesto e autore di Contro le donne, libro costituito da un lungo elenco di citazioni di filosofi maschilisti intervallato da un velenoso attacco ai Gender Studies di Judith Butler. L’autore di Socialfemminismo non sa darsi una risposta ma sottolinea: “Non definisco spregiativamente compilativi altri testi, benché oggettivamente siano mere raccolte, per la semplice ragione che ciascun lavoro va rispettato ed è utile alla crescita comune nel confronto pubblico che dovrebbe essere inclusivo”. Santachiara non intenterà causa per la falsità squalificante di “libro compilativo” né per il refuso di Social femminismo: ”A ciascuno l’errore occorre, nel duplice senso di “capitare” e di “servire” a migliorarsi. Dallo scivolone semantico del Manifesto però si coglie il nesso causale fra post-verità e pre-giudizio: la “post-lettura” del libro, evidentemente non sfogliato molto oltre il succitato virgolettato dell’introduzione, quando compare per la prima volta il termine Socialfemminismo.

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