Svelò Mafia-Pd, ora Santachiara: ”Potrei lasciare”

Manca poco ormai e il tribunale di Modena depositerà la sentenza nella causa civile con la quale la società Cooprocon e i suoi soci chiedono un risarcimento non quantificato ma pari almeno a un milione di euro ciascuno per i partecipanti al servizio di Report dell’11 dicembre 2011 dedicato al Sacco di Serra. Uno di questi, Stefano Santachiara, all’epoca corrispondente del Fatto Quotidiano, ha annunciato nelle scorse settimane il ritiro dalla professione giornalistica se sarà condannato ad un pagamento che in media, in caso di soccombenza in una causa civile su un programma di rilievo nazionale, può andare dai 10 fino ai 50mila euro. Cerchiamo allora di capire: perchè la cooperativa modenese ha avviato quella che è già stata definita una querela “intimidatoria” da Fnsi, Ordine dei giornalisti, Articolo 21 e Ossigeno per l’Informazione? Santachiara a Report ha mostrato le visure camerali di Cooprocon e ha confermato un’indagine in corso su di essa per abuso edilizio. Una goccia nel mare di quello che il giornalista d’inchiesta, per quanto riguarda Serramazzoni, aveva rivelato prima di Report sulle pagine de L’Informazione di Modena e del Fatto Quotidiano: il primo caso accertato di legami d’affari tra un sindaco del PD e la ‘ndrangheta.

Leggiamo da un’intervista (QUI), rilasciata dallo stesso Santachiara a Il Corriere del Ticino il 12 dicembre 2014, tra l’altro poco prima che scoppiasse l’inchiesta Aemilia. Ecco la risposta fornita al caporedattore del Corriere Osvaldo Migotto che gli chiedeva se le sue indagini su mafia e politica risalenti al 2011 avessero avuto la stessa eco di quelle di Mafia Capitale.

No, malgrado gli ingredienti per un “romanzo criminale” ci fossero tutti: la mafia più ricca per giro d’affari e pericolosa militarmente, la ‘Ndrangheta calabrese, il legame con il Pd sull’Appennino emiliano, cioè nella regione più avanzata socialmente, le lottizzazioni immobiliari nelle mani di cooperative accusate di abusi edilizi, gli appalti milionari di stadi e scuole affidati in project financing a società riconducibili ad un boss della Piana di Gioia Tauro, imputato anche per incendi dolosi, estorsioni e per l’invio di teste di capretto mozzate a imprenditori rivali.”

Alla domanda sulle reazione dei vertici Pd allo scandalo dei rapporti con la ‘ndrangheta, Santachiara spiega che la politica finse di non capire,

“[…] minimizzando il fatto che il sindaco di Serramazzoni Luigi Ralenti incontrasse l’ex soggiornante obbligato Rocco Baglio, già condannato negli anni ’90 per bancarotta e detenzione di mitra, e gli assegnasse importanti opere edili. Le accuse per l’amministratore sono di corruzione e turbativa d’asta, il processo è in corso ma comportamenti simili non sono stati stigmatizzati dalla politica, neppure quando il Comune nel 2012 è stato commissariato dopo nuove indagini sulla nuova Giunta”.

Sulle difficoltà incontrate durante le investigazioni, il giornalista sottolinea che

quando nel 2011 le indagini della pm di Modena Claudia Natalini hanno scoperchiato il Sacco di Serra, (la dottoressa) non ha potuto contestare l’aggravante dell’articolo 7 perchè la Direzione distrettuale di Bologna, competente in materia, decise di non considerare metodo mafioso quello degli incendi dolosi e l’invio della testa di capretto. Purtroppo c’è stato persino chi, come il collega Giovanni Tizian, ha dichiarato che Baglio ormai “si era smarcato” dal mondo malavitoso. Eppure gli esperti di mafia sanno che le cosche, a meno di pentimenti, sono per sempre”.

stefano-santachiara

Santachiara si dice sereno sul fatto che la vicina sentenza per la maxicausa di Cooprocon “dovrebbe essere favorevole come finora è avvenuto per i miei articoli su L’Informazione di Modena e sul Fatto colpiti da querele, dato che i fatti esposti sono veri, continenti, pubblicamente rilevanti e di utilità sociale, però siamo in Italia: non si sa mai”. Soprattutto, questa sarebbe l’unica volta che il giornalista si trova privo della copertura di un editore, perché né RaiFatto Quotidiano pagheranno per lui. Perché dovrebbero? Tutti i giornalisti di tv, quotidiani, riviste, radio hanno le spalle coperte dall’editore, altrimenti al primo rimborso danni in sede civile andrebbero in rovina: si vedrebbero svuotare il conto, sequestrare l’auto o la casa. Dunque gli editori si occupano di retribuire l’avvocato e, nelle cause civili, di pagare (essendo in solido) tutto o gran parte del risarcimento inflitto al cronista. Esiste anche un fondo assicurativo della Federazione nazionale giornalisti (complessivamente di 150mila euro) che copre le spese per le condanne penali e civili dei giornalisti scaricati dagli editori: sino a settembre 2015 arrivava sino a 7500 euro, da tre mesi invece copre sino a 5mila, da frammentare nei tre gradi di giudizio. La motivazione è che le cause sono tante e la platea di colleghi difesi si è allargata com’è giusto (ora anche precari, free lance). Il nocciolo della questione, dunque, è che se Santachiara venisse condannato per la puntata di Report a pagare una cifra che in media va dai 10 ai 50mila euro, nessun editore coprirà la spesa: la Rai perché non è dipendente della tv pubblica e Il Fatto perchè, malgrado compaia in sovraimpressione la dicitura “giornalista delFattoquotidiano.it”, il servizio è andato in onda in tv e dunque non tramite un articolo sul giornale di carta o online. Per questa ragione Santachiara, che da un anno sta collaborando per Left Avvenimenti ha annunciato il possibile ritiro.

La situazione è paradossale. Il giornalista che fra le altre cose ha rivelato i primi rapporti tra mafia e PD al nord (autore nel 2013 con Ferruccio Pinotti dell’esplosivo “I panni sporchi della Sinistra”, cinque edizioni per Chiarelettere), rischia la rovina per l’unico minuto che il sistema gli concesse in televisione. Il tutto mentre continuiamo ad assistere sui principali mezzi di comunicazione a dibattiti che svelano poco o nulla su questioni di interesse pubblico, anche da parte di “professionisti dell’antimafia” sostenuti da potenti associazioni come Libera.

 

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