Bitcoin, la chiacchierata moneta digitale, senza banche e controllo centrale, regolata solo da emissione matematica e messa al sicuro dalle più potenti tecnologie in materia di crittografia, vanta, anche in Italia, una vasta comunità di appassionati. Ogni giorno si incontrano anche su Facebook, dove come commentano l’andamento della loro moneta beniamina, le novità tecnologiche e i grandi investimenti milionari che costellano la galassia Bitcoin. Ed è proprio nel gruppo Facebook che non è sfuggito, all’occhio vigile degli appassionati, un curioso articolo che Repubblica ha mandato online nella giornata di ieri:
NEW YORK - Una società americana che utilizza i Bitcoin, la moneta virtuale, ha chiesto di accedere alla procedura di fallimento controllato, depositando i registri contabili presso il tribunale fallimentare di Manhattan. La società ha debiti per oltre 300 mila dollari che non può coprire. E’ uno dei primi segnali di una possibile crisi più generale della moneta virtuale.
Il trafiletto, nella sua approssimazione, può già far sorridere i più, non essendovi alcun riferimento a fonti, nomi, o altri dati utili a comprendere di cosa si stia parlando, solo non fosse che - gli accorti naviganti - svelano che quello qui sopra è, già di suo, frutto di una ulteriore correzione:

A Repubblica si devono essere accorti, forse con un po’ di ritardo, che non c’è esattamente una fantomatica “società internazionale che ha varato i Bitcoin”, di fatto i Bitcoin sono come la posta elettronica, non l’ha inventata Google con GMail, è un protocollo di rete, quello dei Bitcoin, un registro digitale -nello specifico-, si tratta di un qualcosa di distribuito fra migliaia di utenti e servers, senza entità centrale alcuna.
E così, mentre all’estero CNN dedica al Bitcoin una intera rubrica nella sezione economica, se Forbes lo tiene sotto la lente d’ingrandimento fin dai suoi albori, se oltreoceano ogni settimana decine di milioni in ricerca, sviluppo e finanziamenti vengono introdotti nelle società che hanno a che fare con Bitcoin e con la New Money Economy in generale, in Italia il fenomeno sembra non aver ancora preso piede quanto, forse, dovrebbe, trattato invece con la consueta approssimazione che l’editoria nostrana dedica a fenomeni nuovi, ma di grande presa.
Anche l’Italia ha il suo POS per i Bitcoin
Una rotta che sembra stia cambiando dal basso, con professionisti o semplici appassionati che portano avanti le innovazioni della moneta digitale anche in Italia. Fresca è la notizia della nascita di Tinkl, processore di pagamenti per Bitcoin 100% italiano e con regolare licenza, che permette a qualunque esercente - fisico o online - di accettare pagamenti in Bitcoin in maniera totalmente trasparente, ricevendo - via bonifico, come per i pagamenti con bancomat e carte di credito - esattamente gli euro che si aspettava di ricevere, senza così avere alcun problema nell’emissione di fatture e scontrini. I costi di commissione? La volatilità di cambio? Tinkl permette di superare il problema, gestendo l’intera fase che passa dal momento del pagamento all’invio del bonifico verso il conto dell’esercente, senza costi aggiuntivi: fatturi dieci, ricevi dieci, e non 10 meno il 3.5%.
I numeri del Bitcoin
Coinbase, famosissimo processore di pagamento (usato da Il Giornale per vendere abbonamenti, fra i noti in Italia) ha accumulato un totale di 110 milioni di dollari in finanziamenti. Una settimana fa l’ultimo investimento da quasi 120 milioni di dollari per la “21 Inc“, grandi numeri che fanno solo da eco a finanziamenti più numerosi, ma di più piccola entità, come i 9.6 milioni di dollari della Peernova o i trenta milioni raggranellati da blockchain.info.
Un settore che muove un’economia miliardaria, indubbiamente in crescita, con un posto molto importante nel futuro dei pagamenti. E’ ancora il caso di trattare i Bitcoin con approssimazione?
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