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Sanità, buco nero nelle Asl: ma la soluzione della Lorenzin funziona?

I GUAI DELLA SANITA’ IN ITALIA? TORNARE AL CENTRALISMO, PRO E CONTRO

Malagestione, riforme fatte male e lasciate a metà, clientele: sono mali congeniti per l’Italia e per gli italiani. E la Sanità non fa eccezione.

Beatrice Lorenzin, ministro della Salute, fa parte della scuola di pensiero dell’accentramento: togliere ospedali e Asl alle Regioni e centralizzare il sistema sanitario nazionale.

Ma funzionerebbe? E’ tutto da vedere.

Uno dei guai principali è che la sanità stronca i conti della metà delle Regioni in Italia. Dalla Campania al Piemonte, dalla Liguria alla Sicilia, molte Regioni sono in deficit in un settore fondamentale, che costitutuisce dal 60 all’80% della spesa complessiva di ogni amministrazione regionale.

Tutto questo a fronte delle consistenti regioni che lo Stato trasferisce alle Regioni (113 miliardi nel 2017), alle quali si vanno ad aggiungere gli incassi dei ticket (2, 8 miliardi nel 2015).

Da finanziare c’è una macchina da 626mila dipendenti che ha iniziato ad andare alla deriva negli anni ’90, con un graduale decentramento che ha instaurato un sistema feudale nella nostra sanità. Ogni zona è in mano ai suoi signori, vassalli e valvassori che hanno in mano le nomine e le usano a scopo politico

In Campania c’è una situazione particolarmente esplosiva, con 12 miliardi di spesa sanitaria (67% del bilancio regionale) e 46mila dipendenti. Non da meno la Toscana, con 36mila dipendenti.

La Corte dei Conti, nel rapporto 2016 sull’Estar, la centrale unica di acquisti della Regione Toscana, ha fatto pesare all’ente il sovradimensionamento della struttura: 963 dipendenti, in pratica uno per ogni procedura d’acquisto (1.033) con “elevati costi di gestione” e “duplicazioni di procedure, per esempio nel settore delle gestioni degli immobili”.

“Il sistema sanitario ha dei problemi, ma si rischia di esagerarli anche perché rispetto agli altri sistemi di welfare del nostro Paese è probabilmente il sistema in miglior salute – è la premessa del professor Giovanni Fattore, Direttore del Dipartimento di Analisi delle politiche e management pubblico dell’Università Bocconi interpellato in merito da ilfattoquotidiano.it – La media degli indicatori però è il risultato di una variabilità abbastanza forte. Cioè il Paese dal punto di vista degli indicatori sanitari e della qualità dell’assistenza è sostanzialmente spaccato in due. Poi è chiaro che la mappa della qualità dei servizi è più complessa e all’interno delle regioni ci sono un sistema sanitario delle regioni del centro nord e uno del centro sud, malgrado siamo uno stato relativamente piccolo e che ha uno servizio sanitario nazionale”.

Il trend, soprattutto con la Lorenzin, “è stato di tentare un riaccentramento. Anche in parte con il referendum che aveva questa componente di ricentralizzazione. Io non penso che sia auspicabile perché anacronistica e non utile. Però è vero che il processo di decentramento degli ultimi vent’anni ha favorito regioni come quelle del centro nord che hanno la capacità di gestire autonomamente dei sistemi e ha invece penalizzato i sistemi del centro sud che questa capacità non l’avevano”, insiste.

Ma “non è credibile un sostanziale riaccentramento dei poteri in ambito sanitario nazionale. Capisco l’esigenza di omogeneizzare maggiormente il livello di qualità dei servizi e di salute della popolazione tra regioni – continua– ma non può essere fatto in quel modo, non funzionerebbe, nella peggiore delle ipotesi sarebbe un livellamento verso il basso. E lo Stato nazionale non è in grado di fare questo tipo di gestione, il ministero della Salute non funziona perché è vent’anni che gira a vuoto, non ha pieni poteri, è diventato una struttura molto avulsa dal funzionamento reale degli ospedali, delle strutture sanitarie: sono vent’anni che non ha poteri completi e riesce a fare solo normative che vengono in parte disattese, in parte tradite in parte bloccate dal Tar piuttosto che dalla magistratura ordinaria”.

 

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